Cosa resterà

Cosa resterà

dopo la tragedia del contagio da Covid-19?

Ci sono insegnamenti non retorici da trarre?
Vediamo, oltre la demagogia del volemose bene, delle linee guida da seguire?
C’è una traccia del futuro?

In tempi di quarantena, chi di noi ha potuto lavorare da casa, ha sperimentato lo smart working.
Tradotto letteralmente: il lavoro intelligente.

Siamo riusciti a lavorare in maniera degna, o siamo stati vittime di connessioni lente
che cadevano come d’autunno (grazie Ungaretti) sugli alberi le foglie?

La connessione nelle case nei paesi o nei piccoli centri viaggia alla stessa velocità di Milano city?
O abbiamo notato una leggerissima differenza?

Siamo nel 2020.
Sessant’anni fa i nostri genitori e i nostri nonni immaginavano la nostra generazione a cavallo di macchine volanti.
La realtà è che siamo immersi fino al collo nel digital divide!
Abbiamo creato – nel digitale, non si vuole fare qui un’analisi socio-politica che non ci compete –
cittadini di seria A e di serie B.
Quand’anche non di C…
Cosa resterà, quindi?

La prima cosa da sistemare

è l’uniformità – verso il meglio, non facciamo i furbi – della connessione alla rete.
Esistono oggettivamente mestieri che si possono svolgere comodamente da casa.
Senza alcun bisogno di intasare strade e uffici.
Migliorando il nostro stile di vita.
Essere quindi più felici!

Ma poi perché “smart” deve essere solo il lavoro e non il resto della nostra vita?
L’emergenza ci ha costretto a stare a casa, a limitare al massimo gli spostamenti.

Nessuno qui anela a un tessuto sociale di indolenti Oblomov,
ma da questa triste esperienza possiamo ricavare qualcos’altro di utile.

I vostri figli hanno seguito le lezioni scolastiche con facilità
o questi mesi lasceranno un vuoto anche didattico?
E voi avete provato a fare la spesa online?
È andato tutto liscio?
Gli store online funzionavano bene, tutti i giorni, a qualunque ora?
O vi è capitato di dover attendere la notte per ordinare un po’ di pasta e un po’ di latte?


Posto che quando tutto ciò sarà solo un brutto ricordo
torneremo ad affollare i centri commerciali la domenica
dimostrando di aver appreso ben poco da questa pestilenza.
Dobbiamo però pensare che ci sono categorie di cittadini
che non hanno possibilità, per ragioni varie, di scannarsi per afferrare l’ultimo panettone.

Perciò è così utopistico pensare a un nuovo sistema, alla portata di chiunque,
che ci permetta di affrancarci dall’affollamento coatto delle cattedrali – del consumismo estremo – nel deserto?

E quante altre idee potremmo sviluppare in questo periodo,
quante innovazioni – termine di per sé positivo – apportare!

Cosa resterà di noi e di ciò che proviamo ora quando la paura sarà passata?
Probabilmente poco o nulla.
Ma voglio sperare che il mantra “andrà tutto bene” non sia una mera preghiera per salvarsi la ghirba.
Piuttosto che sia il fioretto per prepararsi a progettare un mondo migliore.

Dammi solo un minuto

Dammi solo un minuto

e la sposto.

Quante volte hai sentito queste parole?
o magari sei stato proprio tu a pronunciarle lasciando la macchina davanti al mio cancello?

In questo Paese abbiamo un grave problema: il mancato rispetto della legge!

E non parlo solo dei crimini più efferati.
Anche lasciare il sacchetto della spazzatura fuori dal bidone è un’infrazione.
Anche attraversare la strada quando il semaforo è rosso è un’infrazione.
Non si becca l’ergastolo, ma sempre di infrazioni si tratta.

Si può invertire la tendenza?
Certo che sì, poiché anche i grandi cambiamenti prendono avvio da piccoli passi.
Per cui, se ognuno nel suo piccolo facesse la propria parte,
non dico che trasformeremmo il pianeta in un’idilliaca Arcadia,
ma sicuramente riusciremmo a migliorare la qualità della nostra vita.
Dammi solo un minuto e mi spiego meglio.

La tecnologia ha nello spirito la spinta a migliorare la vita delle persone.
Ogni applicazione dovrebbe seguire detto spirito.
Ma siamo in Italia, e tutto è relativo…

In questo prolasso di valori si inserisce Twitcar, un’App che favorisce l’apocalisse stradale.
Scarica l’App e lascia pure l’auto in terza fila:
ti verrà segnalato quando la maleducazione e l’inosservanza del codice stradale
avranno abbondantemente creato disagio al prossimo.
Parcheggia l’auto nel posto riservato ai disabili, e vai pure a farti un giro.
Grazie all’App, e a un “complice”, saprai quando sta per arrivare il carroattrezzi.
“Dammi solo un minuto e me ne vado, che sarà mai?”

Già, che sarà mai non rispettare le più elementari norme che regolano la civile convivenza?

Io ho in mente una variazione all’App.
Lasci la macchina dove non devi?
Premo un pulsante sullo smartphone e te la faccio brillare come una mina.
Anche questo è fuorilegge, dici?
Lo so, ma vuoi mettere la soddisfazione!
Dammi solo un minuto e te la spiego…

Paura

Che cos’è che ti fa paura?

Cos’è, quando esci di casa, che temi di più?
Il Coronavirus? La fine del mondo? Gli scippatori?
Io non ho dubbi: i ciclisti.
Loro sì che mi fanno una gran paura!

I ciclisti sono esseri strani, racchiusi sui manubri nei loro bozzoli di lycra colorata.
Si muovono in branchi, specie la domenica mattina, ed è possibile avvistarli sulle strade,
di cui occupano interamente la corsia seguendo un moto ondulatorio, foriero di imprecazioni.

A loro discolpa, c’è da dire che se ci fossero più piste ciclabili probabilmente non ce li troveremmo in mezzo ai piedi.
A loro scapito, c’è da sottolineare che, in assenza di piste ciclabili, potrebbero marciare sulla strada in fila indiana
piuttosto che come una mandria di bufali impazziti.
Anche perché le mucche in fila indiana ci sanno andare…

Ma basta polemiche e parliamo di cose serie.
Ovvero di un’innovazione, semplice quanto geniale, che migliorerà il rapporto automobilista-ciclista
e, soprattutto, potrebbe salvare la pelle ai pedalatori.

Si tratta di una giacca con emoji luminose, collegata a un telecomando montato sul manubrio della bici.
Sulla giacca appaiono dei simboli (frecce, segnale di pericolo…)
che comunicano all’automobilista le intenzioni del ciclista.
Quest’ultimo ha la possibilità di segnalare la direzione che vuole prendere
senza allargare le braccia come uno spaventapasseri,
diminuendo oltre tutto le possibilità di perdere l’equilibrio o di farsi male al braccio.

Fantastico, vero?

Anche se un quesito me lo pongo:
a che minchia servono le faccine?
“Sono contento, pedalo felice e non c’è nessun problema” per l’emoji allegro.
“Attenzione, sono triste e furioso e se mi sorpassi ti sparo” per quello triste?

Non bastavano le frecce e il segnale di pericolo?
Perché si è voluto strafare?
Comunque, in attesa che acquisti la giacca, osserva bene le mucche e prendi esempio da loro.
Finalmente ho capito perché in India sono sacre: non rompono le scatole a chi guida!

Procrastinare

La parola d’ordine è: procrastinare!

Per chi è pigro come me, non c’è cosa migliore del realizzare che ciò che devi fare oggi lo puoi rimandare a domani.
Prenditela comoda! Rilassati, buttati a peso morto sul divano.
In Madagascar hanno un modo di dire bellissimo: mora mora.
Con calma. Piano piano. Che corri a fare?
L’importante è procrastinare.

È quello che devono aver pensato le teste d’uovo nel 1999, allorché lo spettro del Millennium Bug
si affacciava minaccioso all’alba del 2000.
Le teorie catastrofiste avevano previsto la fine della civiltà occidentale, del tutto in mano ai computer.
Tutto per colpa di quegli zeri, che le macchine avrebbero interpretato come un ritorno al 1900,
impallandosi clamorosamente e trascinandoci nella distruzione e nella barbarie.
Poi si trovò la soluzione, semplice ed efficace: procrastinare!
Il problema si risolve tra vent’anni.
Ball, set, match.

Diamine… sono giusto passati venti anni!

Riusciremo a ingannare ancora le macchine, rimandando il tutto al 2100?
O si dovranno trascorrere notti insonni a riscrivere codici
affinché le macchine non impazziscano di nuovo spingendoci alla catastrofe planetaria?
Se pensi che stia esagerando come mio solito, considera che già oggi
migliaia di giochi, registratori di cassa, sistemi informatici per parcheggiare e per la distribuzione di beni di consumo sono andati in crash.

Ci siamo completamente affidati alla tecnologia.
Una volta i bambini giocavano per le strade, liberi e selvaggi, a campana
– sì, ho una certa età –
e gli unici “bugs” che ci interessavano erano quelli che si celavano tra pietre, arbusti e anfratti.
Se hai abituato la prole alla consolle, peggio per te. E per lui.

Se c’è qualche anima pia che sacrifica l’esistenza per un futuro sereno e felice ben venga.
Altrimenti la soluzione è semplice: procrastinare.
Ci penseranno i figli dei tuoi figli a togliere l’umanità dagli impicci.
Noi, invece, possiamo tirare a campare per altri 80 anni,
tanto la maggior parte di noi, quando si ripresenterà il problema,
starà già guardando i fiori dalla parte delle radici…

Bello da morire

Bello

da morire!

È così che ognuno di noi vorrebbe essere, ammettiamolo.
Una specie di Paul Newman fermo per sempre a venti anni, con stuoli di donne meravigliose
che anelano alla nostra compagnia.

E ci proviamo pure, quantomeno, ad assomigliargli.
Ore e ore di palestra; jogging; lifting; diete dissociate e quant’altro fino alla dissociazione mentale,
allorché gli sforzi prodotti non portano ai risultati sperati.
Semplicemente perché Paul Newman, fortunello lui, era Paul Newman.
E noi no!
Specie dopo i quaranta, quando il giro vita si acciambella e si stravacca, reclamando il meritato (?) riposo.

A questo punto ci sono due tipologie di persone:

  • chi non molla di un centimetro, e si ostina a proseguire la ricerca della forma perfetta;
  • chi (come il sottoscritto) si rassegna all’età che avanza… e pazienza: è andata come è andata!
    Non sarò mai un bello di Hollywood.

Se appartieni alla prima categoria di persone… beh, auguri! Se ci credi tu…
Se appartieni alla seconda c’è sempre la possibilità di cambiare idea, e magari farti aiutare
da un dispositivo tecnologico.

Si chiama Bello:

uno scanner portatile che misura la massa grassa corporea
– la quale potrebbe arrecare danni all’organismo –
e che ti invia tramite App l’analisi del tuo stato di salute e consigli su alimentazione e attività fisiche.

Ti ha convinto a tornare alla retta via?
O, come me, pensi che neanche il sergente Hartman possa risvegliare le sopite attitudini a una vita sana e regolare?

Dài retta a me: la pancetta è consolante, specie se cotta sul barbecue.
Inoltre non hai bisogno di spendere 170 euro per uno scanner che ti dice quanto sei grasso:
ti si sono rotti gli specchi in casa?
E pure se sei magro e in tiro, hai una certa età. Si vede!
Pensi di essere bello da morire? Ma va’!
Nessuna giovane donna piacente vorrebbe mai entrare in intimità con uno con la tua faccia.
Quindi, perché penare tanto? Per la salute?
Credi forse di poter campare in eterno se ti nutri esclusivamente di insalata e corri 10 km al giorno?

Piuttosto quando qualcuno ti chiederà chi è il sergente Hartman, preoccupati di non fare pessime figure, palla di lardo!

Il Marchio

tatuaggio polinesiano

Sai cos’è un marchio?

Il marchio è un’immagine o una scritta iconica che permette a un oggetto,
reale o virtuale, di essere immediatamente riconosciuto, in quanto unico e specifico.

Anche i tatuaggi possono essere considerati, in un certo senso, marchi,
purché siano realizzati dalla tua tribù di appartenenza e abbiano una connessione profonda con la tua personalità.
Quindi, tanto per capirci, il tattoo in arabo che sfoggi al mare,
che credi sia una poesia zoroastriana e invece c’è scritto
“SCEMO CHI LEGGE”,
non ha alcuna valenza.

Perché il tatuaggio nel corso del tempo
– mi spiace sinceramente per i tuoi draghi e le tue farfalle e ali d’angelo –
ha svilito il proprio significato originario e originale
per divenire un prodotto di consumo come una qualunque lattina di bibita gassata.

Forti di questa cruda realtà, un’azienda ha lanciato il prodotto perfetto
per la realtà sociale che riguarda attualmente il mondo del tatuaggio.
Prinker fa tattoo temporanei, che svaniscono dopo 36 ore e qualche doccia.
Ovvero ha inventato i Trasferelli digitali!
Geniale!

Sul sito ufficiale

ci sono le applicazioni suggerite.
Già… che minchia ci fai con un tatuaggio che dura un giorno e mezzo?
Lo puoi usare a una festa.
Se la ragazza che ti piace va al party del tuo migliore amico,
e le aggradano le linee inchiostrate di un germano reale,
con prinker puoi provare a corteggiarla.

Puoi imprimere l’indirizzo di casa sull’avambraccio di tuo figlio di sei anni,
che irresponsabilmente lasci andare da solo a comprare il cheeseburger
e c’è il pericolo che si perda: un buon samaritano potrebbe riportarti la prole a casa.

Ma, soprattutto, puoi apporre il marchio della tua azienda sul tuo groppone!
Puoi diventare un cartellone pubblicitario vivente.
Sei come il tizio vestito da pollo che invita i passanti a gustare ali fritte.

Se ci avessi pensato io a usare i Trasferelli in maniera intelligente…
Maledetta infanzia sprecata!

Il Ces del gatto

Immagino che tutti sappiate cos’è un gatto…

Ma il Ces?
Che roba è?

Il Ces è un acronimo
– no, l’acronimo non è una malattia venerea –
e sta per Consumer Electronic Show,
ovvero una fiera delle novità che ci aspettano in materia di strumenti digitali.

Ogni anno, a Las Vegas, vengono presentati gadget altamente tecnologici che,
quantomeno in teoria, dovrebbero apportare un netto miglioramento alle nostre esistenze.

Ma il gatto che c’entra?
Me lo chiederei anche io se non avessi visto questo oggetto:

lettiera elettronica autopulente per gatti

Trattasi di iKuddle, cioè una lettiera autopulente per gatti.
Tale strumento avvisa il proprietario del felino allorché quest’ultimo ha espletato i suoi bisogni corporali.
Tramite un’App installata sul telefono, si può azionare il dispositivo che imbusta le deiezioni
e procede a disinfettare e a profumare la lettiera.
Fantastico, vero?

È ovvio che chi ha ideato iKuddle non conosca affatto quei pelosi figli del demonio
i nostri amici a quattro zampe.
Il gatto infatti è talmente stron…ehm…birichino che mal sopporta le imposizioni umane.
Se gli metti a disposizione una lettiera, stai pur certo che la userà una volta su cento,
mentre le altre 99 provvederà a spargere le sue “testimonianze” per tutta la casa.

D’altra parte c’è da dire che qualsiasi strumento ci sollevi da una qualunque incombenza
non possa che ricevere un plauso unanime.
Ma trovo che questo nello specifico sia incompleto…

Suggerisco a chi di dovere di progettare un dispositivo che inviti il gatto a usare la lettiera,
prima che venga trasformata, causa inutilizzo del micio,
in un fermaporte dall’originale design.

Essere Bart Simpson

Se non sai chi è Bart Simpson,

possa il tuo nome essere dannato fino alla settima discendenza!

Come dici capo? Troppo cattivo? Ok, la rifaccio.

Se non sai chi è Bart Simpson, informati!
(Ok, licenziamento evitato per ora…)

Ma che c’entra, ti chiederai mio ingenuo lettore, un personaggio di fantasia con la tecnologia?

Il bambino più pestifero d’America ha a che fare con le nostre elucubrazioni in un caso specifico che voglio sottoporti.
Prima di tutto: ti ricordi questo episodio?

Capisco che non hai capito. Non ancora.

Uno dei problemi più stringenti da affrontare al giorno d’oggi è quello della responsabilità.

Prendo spunto da quanto accaduto a un’insegnante, accusata di omessa custodia del cellulare.
Dico subito la mia: le conseguenze affrontate sono più che giuste!

E il motivo è presto detto.

Siamo talmente “impregnati” di smartphone che non possiamo essere Bart Simpson,
non può valere il teorema del “non sono stato io”.
Abbiamo codici PIN, PUK, riconoscimenti facciali, letture delle impronte digitali, esami del sangue e della retina, misurazioni del cranio e angolazioni trigonometriche dell’alluce valgo, password e parole d’ordine…
E lasciamo incustodito proprio l’oggetto che quando si scarica viviamo il momento come un trauma,
come la morte improvvisa del criceto?
La de-responsabilizzazione apre la stura a una serie di fenomeni deprecabili,
come per esempio gli haters e le fake news.
Il fatto di sfogare i bassi istinti (molto bassi, quasi ipogei) sul web, per qualcuno è una specie di scudo intergalattico.

Sarebbe così se fossimo tutti personaggi di una qualche Second Life, degli avatar, alter ego.
Invece il web è parte presente, se non dominante, della nostra esistenza.

Lasciare il telefono in balia di chiunque
– che sia marito o moglie, figlio o bisnonno non importa –
non ti esime dalla tua colpa.
Quello è il tuo tessssssssoro!
Lì dentro conservi tutte le chiavi di accesso che dominano la tua vita
(banca e carte annesse, il compleanno della tua amante, password dei vari siti per viaggiare,
il link porno che ti ha inviato il tuo collega),
non è pertanto ammissibile che un’altra persona possa utilizzare il mezzo che hai di comunicare col mondo.

Ricordi quando i tuoi genitori ti facevano le raccomandazioni di rito?
Non accettare caramelle dagli sconosciuti, non dare confidenza agli estranei ecc…

Oggi si devono integrare i moniti di una volta con quelli che hanno validità attuale.
Tipo: non lasciare incustodito il tuo smartphone; non rivelare le tue password ad anima viva;
non credere alle mail dall’ambasciatore del Gibuti che ti promettono milioni in cambio di quarantamila euro;
non essere Bart Simpson!

Il primo giorno di scuola

Ti ricordi il primo giorno di scuola?

Mamma e papà che immortalano con la polaroid la tua figura imbronciata racchiusa in un grembiulino…
Il timore delle punizioni corporali in seguito alla visione di trucidi cartoni animati giapponesi…
La maestra pingue e gioviale che fatica a ricordare il tuo nome e ti chiama “coso”…

È giunta finalmente l’ora della vendetta!

Non nei confronti dei tuoi pargoli, bada bene.
Essi un giorno cresceranno e ti potranno buttare in un ospizio, pertanto non sfidarli.
Come ogni scuola ci insegna, il bullismo si pratica nei confronti di chi è più debole: i robot!

Un team di ricerca ha approntato una vera e propria scuola per robot.
L’obiettivo è far sì che imparino a svolgere compiti domestici, in modo da diventare un valido supporto
a persone disabili che non sono in grado di compiere le normali faccende quotidiane.

Non si pensi, come accade fin troppo spesso in questo Paese, che questo tipo di ricerca sia inutile.
Prendere un bicchiere e riempirlo d’acqua; passare lo straccio sul pavimento; asciugare i piatti;
trovare un oggetto in un armadio.
Sono azioni che vanno ben al di là delle normali facoltà della categoria umana alla quale io stesso appartengo: il marito.

Istruire pertanto un robot a fare queste faccende porta principalmente due vantaggi:

1) possiamo sfogare tutta la frustrazione repressa sui banchi, a partire da quel primo giorno di scuola,
nei confronti di macchine inermi e iposenzienti. A meno che non provengano dal futuro distopico di Terminator…
2) eviteremo di cambiare l’acqua alla dentiera di nonna, poiché abbiamo istruito una macchina a farlo.

Ovviamente il progetto in questione non è pensato, al momento, per usi casalinghi (mai una gioia!)
ma solo a fini di studio.
Ma se il robot si impegna, se studia, se si applica, un giorno potrebbe terminare
la nostra schiavitù dalle incombenze domestiche.
E così i ricordi del primo giorno di scuola assumeranno forme diverse, quasi piacevoli…

E venne il giorno

E venne il giorno

in cui – finalmente! – la tecnologia si ricordò del sesso di coppia…

Attenzione: questo articolo potrebbe non essere adatto a minori e bigotti, per cui se appartieni a tali categorie…
beh, fai finta di essere scandalizzato e continua a leggere!

Sei fidanzato/a? Sposato/a?
Trovi che il partner sia recalcitrante a soggiacere alle tue lubriche voglie?
I casi sono due:

1) ha un amante con cui sfoga i primitivi ardori;
2) scegli sempre il momento o il modo sbagliato per coinvolgerlo nel vortice della passione.

Se la risposta giusta al quesito è la prima, noi non possiamo che consigliarti due possibilità:
assumere un investigatore privato per prendere in castagna il partner fedifrago, o rendere pan per focaccia.
Ma se è la seconda, sappi che basta un pulsante!

Basta errori di comunicazione, timidezze ed emicranie croniche.
Poiché venne il giorno nel quale le teste d’uovo lasciarono perdere le automobili a guida autonoma,
per dedicarsi a questioni ben più gravose.
Ti sei imbattuta in una cinquantina di sfumature di grigio e ti gira la testa per un desiderio improvviso?
Schiaccia il pulsante.
Se nell’altra stanza il tizio sul divano si annoia guardando la sua squadra del cuore prenderle di santa ragione,
è capace che sfoghi nel modo giusto la sua frustrazione.

Oppure: sei intento a complicatissime operazioni di bricolage estremo
– tipo montare un armadio svedese composto di 400 pezzi –
e stai per dare fuoco a tutto per la rabbia repressa?
Molla benzina e fiammifero, e premi quel benedetto pulsante.
Forse la tua dolce metà avrà voglia di dimenticare il tuo fisico imbolsito, la tua mancanza di romanticismo
e la tua incapacità di svolgere qualsiasi mansione che, da che mondo è mondo, è appannaggio dell’emisfero maschile,
e premerà a sua volta il pulsante per evitare un incendio.

Sbalordito/a?
Rilassati, è tutto vero.
E premi il pulsante: prima o poi vedrai che qualcuno risponde…